Attese infinite per una visita che dovrebbe arrivare in 30 giorni
Sette anni per una convocazione. In alcuni casi, pratiche ferme dal 2018 per una valutazione sanitaria che, sulla carta, dovrebbe seguire tempi ben più rapidi. È il paradosso che riguarda diversi carabinieri in attesa di essere chiamati davanti alle Commissioni Mediche Ospedaliere per l’esame delle infermità riconducibili a causa di servizio.
Una vicenda che non può essere archiviata come semplice lentezza burocratica. Perché dietro ogni fascicolo bloccato ci sono persone, patologie, lesioni, percorsi professionali segnati dal servizio e diritti che restano sospesi in un limbo amministrativo.
Quando una pratica rimane ferma per anni, il ritardo non è più un incidente di percorso: diventa un problema strutturale, con conseguenze dirette sulla dignità del personale.
Il caso esplode dal territorio: pratiche bloccate e diritti sospesi
La questione è stata sollevata dal Nuovo Sindacato Carabinieri, che ha raccolto le segnalazioni arrivate dai Comandi e dagli iscritti durante le attività sul territorio. Secondo quanto denunciato dall’organizzazione, numerosi militari attendono da anni la convocazione davanti alle CMO per la valutazione di patologie o lesioni già riconosciute dipendenti da causa di servizio.
Il dato più allarmante riguarda le pratiche con decorrenza risalente anche al 2018. Una tempistica che rende evidente la distanza tra le previsioni normative e la realtà vissuta dal personale.
A intervenire è il Segretario nazionale Santino Piazza, che ha posto il tema all’attenzione dei vertici competenti chiedendo un intervento immediato per superare gli arretrati e restituire certezza ai procedimenti.
Il peso concreto dei ritardi: benefici congelati e tutele rinviate
Il ritardo nella convocazione davanti alla Commissione Medica Ospedaliera non produce soltanto disagio. Produce effetti concreti.
Per il personale interessato significa rimanere per anni senza una definizione chiara della propria posizione. Restano così bloccati o rinviati benefici e spettanze collegati alla causa di servizio, tra cui equo indennizzo, profili previdenziali e possibili tutele fiscali.
Si tratta di diritti che non possono essere trattati come un accessorio amministrativo. Sono strumenti di tutela previsti per chi, nello svolgimento del servizio, ha riportato infermità o lesioni.
Quando il riconoscimento effettivo arriva con anni di ritardo, il sistema finisce per svuotare di significato la protezione che dovrebbe garantire. E il prezzo di questa paralisi lo paga chi ha già pagato, spesso sulla propria salute, il peso del servizio.
Il paradosso delle convocazioni dopo il congedo
Tra gli aspetti più delicati c’è anche il caso dei carabinieri convocati quando sono ormai già in quiescenza.
Una circostanza che rende ancora più evidente la distorsione del meccanismo. La visita arriva quando il militare ha già lasciato il servizio attivo, con il rischio di vanificare la funzione stessa della tutela nel momento in cui sarebbe stata più utile.
Il risultato è un cortocircuito amministrativo: chi ha servito lo Stato attende per anni una risposta dallo Stato, spesso senza poter accedere tempestivamente ai benefici previsti.
Non è soltanto una questione di tempi. È una questione di rispetto istituzionale.
La legge parla chiaro: visita entro 30 giorni
Il nodo normativo è altrettanto rilevante. Il D.P.R. 461/2001 prevede che la Commissione Medica Ospedaliera proceda alla visita entro 30 giorni dalla ricezione degli atti.
A fronte di questo termine, attese di anni appaiono difficilmente compatibili con i principi di efficienza, trasparenza e buon andamento della Pubblica Amministrazione, richiamati dall’articolo 97 della Costituzione e dalla Legge 241/1990.
Le eventuali difficoltà organizzative legate alla chiusura o all’accorpamento delle ex Commissioni Mediche di Verifica non possono trasformarsi in un costo scaricato sul personale.
Chi indossa una divisa non può restare prigioniero di passaggi amministrativi che si trascinano oltre ogni limite ragionevole.
La richiesta ai vertici: serve un piano straordinario
Per questo il Nuovo Sindacato Carabinieri ha trasmesso una formale richiesta di intervento al Ministero della Difesa, al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, a IGESAN, a Persomil e al Comitato di Verifica per le Cause di Servizio.
La linea indicata è chiara: non bastano risposte generiche, servono misure operative, tempi certi e responsabilità definite.
Tra le richieste avanzate figura un monitoraggio straordinario degli arretrati, con la verifica dei carichi di lavoro pendenti presso ogni CMO sul territorio nazionale.
Solo una fotografia reale delle pratiche ferme può consentire di capire dove intervenire, con quali priorità e con quali strumenti.
Priorità alle pratiche più vecchie e più personale medico
Il sindacato chiede anche un piano straordinario di smaltimento, con priorità assoluta per le pratiche aventi decorrenza antecedente al 2021.
L’obiettivo è partire dai casi più risalenti, evitando che fascicoli già datati continuino a rimanere sommersi da nuovi arretrati.
Altro punto centrale riguarda il potenziamento degli organici, con personale medico dedicato alle valutazioni, e la digitalizzazione dei flussi documentali.
Due interventi considerati indispensabili per ridurre rallentamenti, passaggi intermedi e ritardi nella gestione degli atti.
La digitalizzazione, in particolare, non può essere solo uno slogan. In procedimenti che incidono sulla salute, sui diritti economici e sulla posizione giuridica del personale, la tracciabilità dei documenti e la rapidità delle comunicazioni diventano elementi essenziali di tutela.
Organismi medici alternativi per sbloccare le valutazioni
Tra le soluzioni proposte compare anche il ricorso a organismi medici alternativi, previsto dall’articolo 9 del D.P.R. 461/2001.
Si tratta di una strada da valutare per alleggerire il carico delle Commissioni Mediche Ospedaliere e consentire la definizione delle pratiche rimaste ferme.
Una misura che, se applicata in modo organizzato, potrebbe contribuire a ridurre gli arretrati e garantire risposte più rapide al personale interessato.
Il punto, però, resta politico e amministrativo prima ancora che tecnico: occorre decidere di affrontare il problema come una priorità, non come una pratica ordinaria da lasciare scorrere nei tempi della burocrazia.
Tavolo urgente con le rappresentanze: la pressione continua
Nella richiesta inviata ai vertici, viene sollecitata anche l’apertura immediata di un tavolo di confronto con le rappresentanze sindacali.
Un passaggio ritenuto necessario per individuare soluzioni concrete, monitorare gli interventi e verificare l’effettivo smaltimento delle pratiche arretrate.
La posizione espressa da Santino Piazza è netta: la tutela della salute, del benessere e dei diritti legali dei colleghi non è una concessione dell’Amministrazione, ma un dovere.
Per i carabinieri coinvolti, la questione non riguarda un numero di protocollo o una data di convocazione.
Riguarda il riconoscimento di ciò che è accaduto durante il servizio, la possibilità di accedere ai benefici previsti e il diritto a non restare per anni sospesi in una procedura senza fine.
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Laura Bianchi
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