Il TG1 ha dedicato un ampio approfondimento alla presentazione del nuovo Rapporto Congiunturale di Confapi, portando l’attenzione dell’informazione nazionale sulle sfide e sulle prospettive della piccola e media industria per la seconda parte dell’anno. L’indagine, condotta su un campione di 2.000 aziende associate distribuite su tutto il territorio nazionale (47,18% al Nord Ovest, 28,21% al Nord Est, 24,61% tra Centro e Sud Isole), è stata presentata a Roma il 28 agosto dal presidente nazionale Cristian Camisa, vicepresidente di European Entrepreneurs-CEA-PME.
Il quadro che emerge, come sottolineato anche da Piero Baggi, direttore generale di Confapi Varese, in un post pubblicato su LinkedIn, è quello di una fase di complessa incertezza: tensioni geopolitiche, trasformazioni tecnologiche repentine e crescenti difficoltà nell’accesso al credito stanno mettendo a dura prova il comparto, frenando la propensione agli investimenti e la crescita sui mercati internazionali.
Produzione, ordini e fatturato: il primo semestre in frenata
I dati del primo semestre 2026 raccontano di una tenuta a fatica del sistema produttivo:
- Produzione: diminuita o stabile per il 60,89% delle imprese, in aumento per il 39,11%.
- Ordini: in contrazione o invariati per il 64,18% delle PMI, in crescita per il 35,82%.
- Fatturato: diminuito o stabile per oltre il 60% delle imprese (32,54% in calo, 28,05% stabile), mentre il 39,41% ha registrato un aumento, per lo più contenuto (tra l’1% e il 10%).
L’export tiene, grazie al sistema
Una nota positiva arriva dall’internazionalizzazione: la propensione all’export è salita dal 55% del 2025 al 58,3% nel primo semestre 2026, un risultato che Confapi attribuisce all’attività di accompagnamento alle imprese svolta in sinergia con Ministero degli Esteri, SACE, Simest CDP e ICE. Resta però significativa la quota di imprese che non esportano (41,70%), segno di un potenziale ancora inespresso.
Investimenti: più della metà delle imprese è ferma
Il 48,33% delle PMI ha realizzato investimenti nel semestre, ma il 51,67% non ne ha effettuato alcuno. Tra chi ha investito, prevalgono gli investimenti materiali (70,11%, soprattutto macchinari e impianti) rispetto a quelli immateriali (45,98%, guidati da formazione, intelligenza artificiale e ricerca e sviluppo).
Sul fronte della Transizione 5.0, l’interesse resta contenuto: solo l’8,3% delle imprese ha realizzato investimenti in questo ambito nel primo semestre, mentre il 91,70% non ha effettuato alcun intervento. Tra gli ostacoli principali: investimenti già pianificati ma rinviati per il contesto economico (19,46%), aziende che si considerano già efficienti (20,81%) ed eccessiva burocrazia nella presentazione dei progetti (15,38%).
Anche le energie rinnovabili faticano a decollare: solo il 5,6% delle imprese ha investito in questo ambito, con una netta preferenza per gli impianti ad autoconsumo (93,33%).
Credito: vince l’autofinanziamento
Due aziende su tre (66,46%) non hanno avanzato richieste di nuovi finanziamenti nel semestre, e il 56,33% ha fatto ricorso all’autofinanziamento, una quota in crescita del 10% rispetto al 2025 a fronte del costo bancario in aumento. Tra chi non si rivolge alle banche, pesano soprattutto l’attesa di una valutazione negativa (34,62%) e tassi d’interesse ritenuti troppo elevati (30,77%).
Occupazione: tenuta, ma i costi crescono più della produttività
Il 68,04% delle imprese non ha modificato l’organico, il 22,04% lo ha ampliato e il 9,92% lo ha ridotto. Il 63,56% delle aziende ha registrato un incremento del costo del personale, ma per il 69,93% questo aumento non è stato compensato da un pari incremento della produttività. Da segnalare che il 43,8% delle imprese dichiara di avere in organico dipendenti con disabilità.
Le aspettative per il secondo semestre: prevale la prudenza
Guardando alla seconda parte dell’anno, il clima resta improntato alla cautela: il 33,15% delle imprese prevede una contrazione del mercato, il 28,93% lo vede stabile, mentre solo il 28% intravede una crescita, per lo più moderata. Coerentemente, produzione, fatturato e ordini attesi sono dati come stabili o in calo rispettivamente dal 76%, 73% e 71% delle PMI.
Anche sul fronte occupazionale prevale l’attendismo: il 71,62% delle imprese lascerà invariato l’organico, mentre il 16,71% prevede di dover ricorrere ad ammortizzatori sociali. Per gli investimenti attesi (30,9% delle PMI), la priorità resta l’acquisto di nuovi impianti e macchinari (63,6%), seguita da rafforzamento delle competenze (23,80%) e transizione digitale (22,70%).
L’intelligenza artificiale avanza
Cresce l’adozione dell’IA: il 23,28% delle imprese prevede investimenti in questo ambito (percentuale che sale al 43,75% se si considerano i soli investimenti immateriali). Le finalità principali sono l’ottimizzazione dei processi produttivi (90,16%) e il potenziamento delle capacità di elaborazione e gestione dei dati (81,97%).
Dazi USA e crisi in Medio Oriente: impatti diversi
Sul fronte dei dazi statunitensi, l’impatto resta contenuto: l’87,5% delle imprese dichiara di non aver riscontrato effetti rilevanti, anche se il 48,21% segnala un aumento dei costi delle materie prime importate.
Diverso il discorso per la crisi in Medio Oriente: il 69,47% delle imprese ritiene che un aggravarsi della situazione possa avere effetti sulla redditività aziendale, e oltre la metà ha già registrato un impatto negativo, soprattutto per l’aumento dei costi delle materie prime (76,19%) e dei costi logistici (72,55%). Circa il 60% delle imprese stima che l’effetto sul fatturato possa comunque restare contenuto entro il 6%.
Il commento di Confapi
“La straordinaria resilienza dimostrata dagli imprenditori è un motore fondamentale, ma non può bastare da sola” ha sottolineato il presidente Cristian Camisa in occasione della presentazione del Rapporto. Per preservare la competitività industriale e garantire la tenuta del sistema produttivo del Paese, secondo Camisa, servono una politica industriale chiara, interventi strutturali e un quadro di maggiore stabilità.
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