È prossimo a raggiungere l’invidiabile traguardo dei cento anni Nino Migliori (Bologna, 1926), protagonista tra i più originali e longevi della fotografia italiana. La mostra Geografie umane e astrazioni cosmiche, aperta fino al 30 agosto, in occasione di OFF – Ostuni Foto Festival, presso la sede House of Lucie di Ostuni, ne omaggia la polimorfica ricerca. L’evento rientra nella programmazione della rete internazionale House of Lucie, fondata dalla Lucie Foundation, che sostiene la fotografia come strumento di conoscenza e patrimonio della memoria collettiva attraverso mostre, incontri e attività culturali di vario genere.

Nino Migliori, dalla serie Gente del Sud, 1956, Courtesy Sara Cosimini

L’esposizione attraversa oltre 70 anni di attività di Migliori, mettendo in relazione due dimensioni distinte della sua opera: da una parte l’attenzione per l’uomo, i volti e le situazioni della vita quotidiana; dall’altra la sperimentazione condotta direttamente sulla materia fotografica attraverso pirogrammi, ossidazioni e idrogrammi. Ne emerge un percorso nel quale la fotografia supera progressivamente la funzione di semplice registrazione del reale per diventare esperienza, invenzione e possibilità di esplorare l’invisibile. Le sue immagini testimoniano una concezione della fotografia come pratica aperta, capace di interrogare il mondo tanto attraverso l’obiettivo quanto attraverso la materia stessa dell’immagine.

In occasione dell’esposizione pugliese lo abbiamo incontrato per ripercorrere alcune tappe della sua ricerca e riflettere sul significato della fotografia oggi.

Nino Migliori intervista

Ha cominciato a fotografare nel 1948. Bologna è stata il punto di partenza della sua ricerca. Quanto quella città ha inciso sul suo modo di osservare il mondo e costruire le immagini?

«Sono nato e vissuto a Bologna per cui la città è stata la mia palestra. Qui, accompagnato dalla macchina fotografica, ho potuto riappropriarmi della vita in piena libertà dopo le costrizioni del ventennio, le paure e le angosce della guerra».

Lei ha spesso superato il concetto di fotografia come semplice registrazione del reale. Oggi cosa significa, per lei, “fare fotografia”?

«La fotografia è scrittura, esprime sempre un pensiero, una scelta, un’emozione, per esempio può mostrare una protesta, rappresentare un sogno, cancellare l’evidenza, indicare una possibilità per cui direi che da questo punto di vista il “fare fotografia” non è cambiato».

Ha attraversato quasi un secolo di storia della fotografia. Qual è stato il cambiamento più radicale che ha osservato nel modo di guardare le immagini?

«Viene stimato che si scattino più di cinque miliardi di fotografie al giorno, se si parla di immagini condivise sui social il numero sale vertiginosamente. Ricollegandomi alla risposta precedente direi che nella pratica la fotografia è diventata parola, è cambiato l’uso».

Nino Migliori, Stragedia

Le sue sperimentazioni fotografiche hanno spesso raggiunto esiti che dialogano apertamente con la pittura informale. Frequentando artisti come Vedova, Tancredi e Bendini, ha mai sentito il desiderio di abbandonare la fotografia per confrontarsi direttamente con la pittura? Oppure ha sempre ritenuto che la fotografia potesse spingersi fino agli stessi esiti senza rinunciare alla propria natura?

«Le sperimentazioni, che si può dire sono iniziate in contemporanea con la mia attività fotografica, sono state innescate dal caso, dalla curiosità e dalla necessità di conoscere e analizzare gli strumenti di questo linguaggio, cioè carta sensibile, sviluppo, fissaggio, calore e ovviamente luce al di là dello strumento meccanico. Questo ha portato a risultati legati all’esperienza informale, perché il gesto è parte della pratica, ma non volevo confrontarmi con la pittura, era un camminare insieme ognuno con i propri mezzi. È stato importante il confronto e l’apprezzamento degli amici che lei cita, e anche di altri, perché la sperimentazione non era affatto considerata nel mondo della fotografia».

I Muri sono considerati una delle sue serie più emblematiche. Cosa vedeva su quelle superfici? Erano documenti della realtà o paesaggi dell’immaginazione?

«Per me i muri erano rappresentazioni dell’uomo equivalenti a ritratti, erano un diario pubblico dove le persone esprimevano opinioni, sentimenti, appartenenze, gioie, dolori, mentre le superfici sgretolate e i manifesti strappati, tra l’altro così vicini al gusto informale, portavano le evidenze del passare del tempo, altro tema che mi ha sempre affascinato».

Dai Muri alle sperimentazioni sulle emulsioni, il caso ha avuto un ruolo fondamentale nel suo lavoro. Quanto spazio concede ancora all’imprevisto?

«Certi lavori sono il risultato di un pensiero, di un progetto studiato con attenzione, altri nascono dall’incontro con il caso, altri ancora presentano un percorso misto, se così si può dire. Quante volte siamo stati catturati dall’inaspettato?».

Ancora a proposito dei Muri, ha dichiarato di aver cessato di fotografarli nel momento in cui sono arrivati i graffiti che ritiene abbiano un approccio più estetico che politico. Qual è il suo rapporto con l’estetica dell’immagine? Ritiene che una fotografia possa sedurre oltre che raccontare?

«Certamente. Il catalogo di una mostra dedicata alle ossidazioni, sperimentazione che dal 1948 mi ha accompagnato per decenni, porta come titolo Seduzione delle tracce. “La bellezza sta negli occhi di chi guarda” è un’affermazione che ci accompagna da secoli. Esiste anche un’estetica e una fascinazione della bruttezza e, in ogni caso, non sono categorie assolute, si tratta di concetti legati al tempo, alla cultura».

Nei cicli Gente del Sud, Gente dell’Emilia e Gente del Delta lei racconta realtà geograficamente lontane ma umanamente vicine. Ha detto che oggi guardiamo a quelle fotografie con nostalgia ma ritraevano un’Italia povera, tutt’altro che felice. Guardandole oggi, ritiene di aver fotografato soprattutto tre territori o un’unica Italia in trasformazione?

«Come ho spesso affermato non esiste una fotografia neorealista, ma esistono tante traduzioni quanti sono gli autori, perché ognuno racconta il reale attraverso la lente del proprio vissuto, della propria cultura. I cicli di “Gente” erano la mia interpretazione della realtà di un’Italia in cambiamento illuminata da luci, situazioni, modi di porsi legati ai singoli territori».

Tornando alle sue opere, Il tuffatore del 1951 è forse il suo scatto più iconico, capace di dialogare per notorietà con l’omologo affresco magnogreco Paestum e i mosaici fascisti del Foro Italico a Roma. Esso è stato assunto a simbolo di un’Italia in ripresa, di un’energia vitalistica che ha attraversato il Paese nel secondo dopoguerra. Com’è nata quella fotografia e lei che valore le attribuisce all’interno della sua ricerca?

«Mi trovavo sul molo di Rimini dove dei ragazzi si tuffavano uno dopo l’altro ininterrottamente. Uno di loro era così perfetto nell’azione che pensai di fotografarlo. Si tratta di un esempio di immagine nata dal caso».

La critica ha consacrato la sua ricerca. Tuttavia, nella sua vasta produzione, esistite un ciclo, un’installazione o anche un solo scatto che ritiene ancora oggi sottovalutato e che vorrebbe fosse riletto con nuova o maggiore attenzione?

«È capitato che miei lavori siano stati analizzati criticamente in modo diverso e trovo che questo sia molto interessante perché il fruitore, e di conseguenza l’interpretazione, è parte dell’opera».

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della produzione infinita di immagini, quale pensa sia oggi il compito della fotografia d’autore?

«Quando arrivò il digitale si parlò di rivoluzione. Non sono mai stato d’accordo con questa considerazione. La fotografia, fin dalla sua invenzione, è legata alla tecnologia che per suo statuto è in continua evoluzione. Per cui, finché sarà la luce a fissare un’immagine su un supporto, non importa se analogico o numerico, si potrà parlare di fotografia. L’intelligenza artificiale non realizza fotografie perché dà “corpo visivo” a indicazioni testuali. Credo che questo vada sottolineato e che non si continui a considerare fotografia ciò che produce, anche se i risultati sono intriganti. Sono fotografie d’autore tutte le immagini che si realizzano con la luce».


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Carmelo Cipriani

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