Il nucleare mondiale potrebbe entrare nei prossimi venticinque anni in una fase di espansione di dimensioni superiori a quelle immaginate soltanto pochi anni fa. Ma tra gli obiettivi annunciati dai governi e la loro realizzazione industriale esiste ancora una distanza enorme.

È questo il messaggio centrale che emerge dal World Nuclear Energy Outlook, rapporto della World Nuclear Association pubblicato nel gennaio 2026. Il documento delinea uno scenario nel quale la capacità nucleare globale potrebbe arrivare nel 2050 a circa 1.446 GWe, superando il livello di circa 1.200 GWe associato alla Declaration to Triple Nuclear Energy, l’iniziativa lanciata alla COP28 di Dubai con l’obiettivo di triplicare la capacità nucleare mondiale rispetto alla base del 2020.

La cifra è imponente. Ma ancora più importante è capire che cosa si nasconda dietro quei 1.446 GWe. Non si tratta infatti semplicemente di una previsione lineare sulla costruzione di nuovi reattori. È il risultato della combinazione di più componenti: prosecuzione dell’esercizio degli impianti esistenti, estensione della loro vita operativa, completamento dei reattori già in costruzione, realizzazione dei progetti pianificati e proposti, sviluppo di capacità considerate ancora potenziali e, infine, concretizzazione degli obiettivi annunciati dai governi.

Ed è proprio quest’ultima componente a rappresentare contemporaneamente la maggiore opportunità e il maggiore elemento di incertezza.

Dal record della produzione alla nuova corsa nucleare

Il punto di partenza è un’industria che, nonostante decenni di discussioni sulla sua possibile marginalizzazione, continua a rappresentare una componente rilevante del sistema elettrico mondiale.

Nel 2024 i reattori nucleari hanno prodotto 2.667 TWh di elettricità, stabilendo un nuovo massimo storico e superando il precedente record di 2.661 TWh registrato nel 2006. Il nucleare rappresenta oggi circa il 9% della produzione elettrica mondiale. La quota è inferiore al 17% circa raggiunto a metà degli anni Novanta, ma questa diminuzione relativa non deriva da una contrazione assoluta della produzione: è soprattutto conseguenza della crescita ancora più rapida della domanda mondiale di elettricità.

La geografia dell’espansione è inoltre profondamente cambiata. Dal 2012 la produzione nucleare mondiale è tornata a crescere, trainata soprattutto dall’Asia e in particolare dalla Cina, oltre che dall’entrata in funzione di nuovi reattori in India, Pakistan ed Emirati Arabi Uniti e dal progressivo riavvio degli impianti giapponesi.

Al 1° ottobre 2025 risultavano operabili 438 reattori per complessivi 397 GWe, con una flotta fortemente dominata dai reattori ad acqua pressurizzata, i PWR.

A questa base installata si aggiunge una pipeline significativa: il rapporto registra 70 reattori per 78 GWe complessivi in costruzione, quasi metà dei quali — 38 GWe — localizzati in Cina. Egitto, India, Russia e Turchia presentano ciascuno circa 5 GWe in costruzione.

Il primo tratto della crescita prospettata al 2050, quindi, poggia su fondamenta relativamente concrete.

502 GW nel 2030, 615 nel 2035. Poi la sfida cambia scala

La traiettoria elaborata nel rapporto aiuta a comprendere dove finisca la parte relativamente visibile dell’espansione e dove inizi quella molto più incerta.

Poiché quasi tutti gli impianti oggi operativi vengono considerati ancora in esercizio nel breve periodo, la crescita fino al 2030 dipende principalmente dal completamento dei reattori già in costruzione. La capacità mondiale raggiungerebbe così circa 502 GWe nel 2030.

Nella fase successiva diventano determinanti i progetti classificati come planned: il totale salirebbe a circa 615 GWe nel 2035. Dopo quella data, invece, acquistano progressivamente importanza i progetti proposti e potenziali e soprattutto la capacità supplementare necessaria per soddisfare gli obiettivi governativi. La traiettoria arriverebbe a circa 861 GWe nel 2040, 1.119 GWe nel 2045 e circa 1.446-1.447 GWe nel 2050.

Questa distinzione è essenziale per interpretare correttamente lo scenario. Un reattore già in costruzione non ha evidentemente lo stesso grado di certezza di un obiettivo politico fissato per il 2050.

La World Nuclear Association distingue infatti la capacità derivante dagli impianti esistenti, quella ottenibile attraverso estensioni fino a 80 anni, i reattori in costruzione, quelli planned, proposed e potential, fino alla categoria dei government targets. I progetti pianificati dispongono già di approvazioni, finanziamenti o impegni relativamente avanzati; quelli proposti presentano programmi o siti specifici ma tempi ancora incerti; quelli potenziali derivano invece da annunci non abbastanza maturi per essere classificati nelle categorie precedenti.

I 1.446 GWe devono dunque essere letti come la dimensione che il nucleare potrebbe raggiungere se l’ambizione politica riuscisse progressivamente a trasformarsi in capacità industriale reale.

Cinque Paesi al centro della nuova geografia nucleare

L’espansione prospettata non sarebbe distribuita uniformemente.

Secondo il rapporto, dei circa 1.446 GWe mondiali del 2050, 1.289 GWe sarebbero localizzati in Paesi che possiedono già oggi reattori nucleari operativi. Questo gruppo, da solo, sarebbe quindi sufficiente a superare l’obiettivo globale del triplicamento.

Ancora più significativa è la concentrazione geografica. Cina, Stati Uniti, Francia, India e Russia arriverebbero complessivamente a circa 980 GWe, cioè oltre due terzi dell’intera capacità mondiale delineata nello scenario. Parallelamente, i nuovi Paesi nucleari — compresi quelli che nel 2025 stanno costruendo il loro primo reattore — potrebbero raggiungere complessivamente 157 GWe nel 2050.

La transizione nucleare avrebbe quindi due dimensioni parallele: una fortissima espansione dei grandi sistemi nucleari già esistenti e, contemporaneamente, un allargamento della tecnologia a nuovi mercati.

La Cina occupa una posizione particolarmente importante. Nel modello del rapporto dispone di 48 GWe dei 104 GWe di capacità classificata come pianificata a livello mondiale e addirittura 180 GWe dei 298 GWe classificati come proposti. La continuità del programma industriale cinese consente inoltre al rapporto di ipotizzare tempi di realizzazione più rapidi rispetto ai Paesi privi di programmi costruttivi continuativi.

Si intravede così uno dei temi strategici più importanti dell’intero documento: nel nucleare non conta soltanto quanti reattori un Paese intenda costruire. Conta la capacità di trasformare la costruzione in un processo industriale seriale, mantenendo competenze, supply chain, capacità manifatturiera, autorizzazioni e forza lavoro tra un progetto e il successivo.

Il vero problema: costruire abbastanza velocemente

La variabile decisiva non è tuttavia soltanto la quantità di capacità programmata. È la velocità con cui questa capacità dovrebbe essere messa in servizio.

Per seguire la traiettoria del rapporto, le connessioni annuali alla rete dovrebbero aumentare progressivamente da 14,4 GWe l’anno nel periodo 2026-2030 a 22,3 GWe nel 2031-2035, per poi compiere un salto enorme: 49,2 GWe l’anno tra il 2036 e il 2040, 51,6 GWe tra il 2041 e il 2045 e infine 65,3 GWe ogni anno tra il 2046 e il 2050.

L’ultimo valore sarebbe circa il doppio del massimo ritmo storico raggiunto negli anni Ottanta.

È qui che lo scenario si trasforma da previsione energetica in gigantesca questione industriale.

Non sarebbe sufficiente autorizzare decine di nuovi impianti. Occorrerebbe contemporaneamente moltiplicare la produzione di grandi componenti, ampliare le capacità ingegneristiche, formare decine di migliaia di lavoratori specializzati, sviluppare nuove supply chain, standardizzare i progetti, accelerare i processi autorizzativi e soprattutto mobilitare quantità enormi di capitale.

Il problema, in altri termini, non è dimostrare che sia tecnicamente possibile costruire un reattore. È dimostrare che il sistema industriale mondiale possa costruirne molti, contemporaneamente, in più continenti e per decenni.

I 542 GW che esistono ancora soprattutto negli obiettivi politici

È probabilmente il dato più importante per valutare con prudenza l’intero scenario: 542 GWe della capacità supplementare associata agli obiettivi governativi non sono ancora sostenuti da progetti identificati come pianificati, proposti o potenziali. Inoltre, sottolinea il rapporto, il livello di impegno politico concreto varia notevolmente da un Paese all’altro.

La distanza tra target e progetti è particolarmente evidente negli Stati Uniti. Per raggiungere l’obiettivo americano di 400 GWe sarebbero necessari, secondo l’analisi, circa 293 GWe di nuova capacità. In base alle assunzioni adottate, la capacità statunitense dovrebbe addirittura aumentare da circa 250 a 400 GWe soltanto tra il 2045 e il 2050.

Per avere un termine di confronto, il maggiore incremento mondiale registrato storicamente in un periodo analogo avvenne tra il 1983 e il 1988, quando furono aggiunti poco più di 100 GWe.

Il confronto chiarisce la scala della sfida: alcuni target nazionali non richiedono semplicemente un’accelerazione dell’industria esistente, ma la costruzione di una capacità produttiva sostanzialmente nuova.

Prima di costruire, mantenere in funzione ciò che esiste

Una delle conclusioni più interessanti del rapporto riguarda però gli impianti già operativi.

Nel 2050 circa 189 GWe dell’attuale flotta potrebbero essere ancora operativi rimanendo entro una vita di 60 anni, mentre ulteriori 213 GWe potrebbero contribuire se l’esercizio venisse esteso fino a 80 anni. Insieme rappresenterebbero poco meno di un terzo della capacità prevista.

L’estensione della vita degli impianti diventa quindi una componente strategica dell’espansione nucleare, non un semplice elemento accessorio.

Il rapporto ricorda inoltre che nel 2025 l’età media dei reattori operabili era di 32 anni e che 43 unità avevano già superato i 50 anni di funzionamento. Le analisi richiamate dalla World Nuclear Association non evidenziano una tendenza generale alla diminuzione del capacity factor con l’età: anche gli impianti con oltre 40 anni continuano, nel complesso, a mostrare buone prestazioni. Nel 2024 l’età media dei reattori definitivamente chiusi era salita a 48 anni.

La conseguenza economica è rilevante. Ogni gigawatt esistente che può continuare a operare in condizioni tecnicamente e regolatoriamente accettabili è un gigawatt che non deve essere sostituito immediatamente da nuova capacità.

L’estensione della vita operativa diventa così una sorta di ponte industriale verso la nuova generazione di impianti.

Non soltanto grandi centrali: SMR, calore industriale e data center

Il futuro delineato dal rapporto non coincide esclusivamente con la moltiplicazione delle tradizionali unità da un gigawatt.

La maggioranza dei reattori esistenti e di quelli attualmente in costruzione rimane costituita da grandi unità, in particolare PWR, ma si sta ampliando lo spettro tecnologico. Gli Small Modular Reactors (SMR) vengono generalmente associati a potenze fino a circa 300 MWe, anche se esistono progetti modulari di dimensioni superiori; parallelamente vengono sviluppati microreattori trasportabili e tecnologie raffreddate a gas, metalli liquidi o sali fusi.

Il punto non è soltanto ridurre la dimensione del reattore. È ampliare le possibili applicazioni dell’energia nucleare.

Il rapporto considera produzione elettrica, teleriscaldamento, calore industriale ad alta temperatura, desalinizzazione, produzione di idrogeno, combustibili sintetici, propulsione navale e fornitura diretta di energia a grandi consumatori.

Particolarmente significativo è il caso dei data center. La crescita dell’intelligenza artificiale e dell’economia digitale sta trasformando queste infrastrutture in nuovi grandi centri di domanda elettrica. Il rapporto, richiamando le proiezioni dell’IEA, indica una possibile crescita del consumo mondiale dei data center da 415 TWh nel 2024 a 945 TWh nel 2030 e 1.300 TWh nel 2035, con circa 220 TWh che potrebbero essere forniti dal nucleare.

Il nucleare, in questo quadro, non viene più pensato esclusivamente come grande centrale che vende elettricità a una rete nazionale, ma come infrastruttura energetica capace di servire direttamente industrie, distretti termici e grandi consumatori digitali.

L’elettrificazione mondiale cambia l’equazione

Dietro la nuova attenzione per il nucleare c’è soprattutto una trasformazione strutturale della domanda energetica.

Secondo gli scenari IEA riportati nel documento, il consumo mondiale di elettricità, pari a 29.863 TWh nel 2023, potrebbe raggiungere nel 2050 rispettivamente 58.352 TWh, 70.542 TWh o 80.194 TWh, a seconda dello scenario considerato. Anche nelle traiettorie in cui il consumo finale complessivo di energia diminuisce grazie all’efficienza, il consumo elettrico cresce fortemente perché trasporti, riscaldamento e processi industriali vengono progressivamente elettrificati.

La questione energetica del 2050, dunque, non sarà semplicemente sostituire le centrali fossili che esistono oggi. Sarà contemporaneamente decarbonizzare la produzione attuale e alimentare una quantità molto maggiore di consumi elettrici.

È in questo contesto che il rapporto attribuisce al nucleare una funzione complementare alle fonti rinnovabili: produzione continua, capacità programmabile e contributo alla stabilità della rete.

Il collo di bottiglia dimenticato: uranio e ciclo del combustibile

Una crescita di questa portata non riguarda soltanto centrali, turbine e reattori. A monte esiste un’altra infrastruttura che dovrebbe espandersi drasticamente: il ciclo del combustibile nucleare.

Per alimentare la capacità mondiale del 2025 sono necessarie, secondo il rapporto, circa 70.000 tonnellate di uranio all’anno. Uno scenario da 966 GWe nel 2040 richiederebbe quasi 200.000 tU annue. Per sostenere una flotta mondiale da 1.200 GWe servirebbero invece circa 250.000 tU all’anno, assumendo che non intervengano modifiche sostanziali nel mix dei reattori.

La produzione primaria nel 2025 era però nell’ordine di 60.000 tU annue. Per alimentare una capacità nucleare triplicata sarebbe quindi necessario più che quadruplicare la produzione annuale.

Il rapporto sottolinea che le risorse geologiche di uranio sono sufficienti anche per scenari di forte crescita. Il problema è un altro: una risorsa nel sottosuolo non equivale a una tonnellata disponibile sul mercato.

Nuovi giacimenti devono essere esplorati, autorizzati, finanziati, sviluppati e collegati alle infrastrutture necessarie. I tempi tra esplorazione e prima produzione commerciale possono essere lunghi. Inoltre, l’attività estrattiva rimane concentrata in un numero relativamente ristretto di Paesi, con conseguenti implicazioni geopolitiche e di sicurezza degli approvvigionamenti.

E l’uranio è soltanto l’inizio. Anche conversione, arricchimento e fabbricazione del combustibile dovrebbero aumentare di scala. Per la conversione, in particolare, il rapporto rileva che nel 2025 esistevano soltanto quattro fornitori a livello mondiale e stima che la capacità produttiva primaria dovrebbe più che triplicare qualora i reattori ad acqua leggera continuassero a dominare la flotta mondiale.

La rinascita nucleare, quindi, non può essere valutata contando esclusivamente i reattori annunciati. Deve essere considerata come l’espansione coordinata di un intero ecosistema industriale, dalla miniera alla produzione del combustibile, dalla componentistica alla costruzione, fino alla gestione di lungo periodo degli impianti.

Dal target politico alla capacità industriale

È questo, in definitiva, il vero significato del World Nuclear Outlook.

Il rapporto non dimostra che nel 2050 il mondo disporrà inevitabilmente di 1.446 GWe nucleari. Dimostra piuttosto che gli obiettivi nazionali, se sommati e realizzati, sono ormai sufficientemente ambiziosi da superare il target globale del triplicamento.

La questione decisiva si sposta quindi dall’ambizione all’esecuzione.

Per trasformare gli obiettivi in centrali operative saranno necessari ritmi di costruzione senza precedenti, estensioni strategiche della vita degli impianti esistenti, politiche stabili, procedure autorizzative compatibili con programmi industriali di lungo periodo, mercati elettrici capaci di remunerare gli investimenti, strumenti finanziari adeguati e un’espansione coordinata delle supply chain. Sono precisamente queste le condizioni che il rapporto identifica come determinanti per trasformare la visione al 2050 in capacità reale.

La grande partita del nucleare dei prossimi venticinque anni, pertanto, potrebbe non essere principalmente tecnologica. Gran parte delle tecnologie necessarie esiste già, mentre nuove soluzioni stanno entrando nel percorso di sviluppo e commercializzazione.

La partita sarà soprattutto industriale, finanziaria e politica.

Passare dagli attuali circa 400 GWe a oltre 1.400 GWe significherebbe ricostruire una capacità nucleare mondiale su una scala mai sperimentata prima: mantenere centinaia di reattori esistenti, costruirne molti altri, aprire nuove miniere, espandere conversione e arricchimento, moltiplicare le fabbriche di componenti, formare personale specializzato e mobilitare capitali per decenni.

Il dato dei 1.446 GWe rappresenta dunque meno una previsione inevitabile che una misura della trasformazione possibile.

Ed è proprio questa distinzione a rendere il rapporto particolarmente significativo: il mondo sembra aver ritrovato l’ambizione nucleare; ora deve dimostrare di possedere la capacità industriale per sostenerla.


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Luigi Camilloni

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